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Brexit, aggiornamenti al 23/12/19

Boris Johnson

Boris Johnson

Ancora nessuna fortuna per Boris Johnson e per i suoi tentativi di portare a buon fine la Brexit.

Dal 2017, in cui il Regno Unito, a seguito del referendum tenutosi l’anno precedente, ha preso la controversa decisione di separarsi dall’Unione Europea (in cui comunque occupava un posto di incontestato privilegio) i vari governi nazionalisti che si sono susseguiti hanno dovuto fare i conti con la realtà di una decisione che si ha il dubbio che pochi vogliano in realtà prendere.

I nodi della questione rimangono piuttosto complessi: dalla rinegoziazione delle centinaia di trattati che legano, specie in ambito commerciale, il Regno Unito al continente; la mobilità delle migliaia di cittadini UE lì stanziati per lavoro; la questione dell’Irlanda del Nord.

È quest’ultimo il nodo che più sta creando problemi all’interno dell’accordo, rendendo sempre più probabile una cosiddetta “hard Brexit”, vale a dire di un’uscita senza accordo.

In breve, con l’uscita del Regno Unito dall’UE, ci si pone il problema di una possibile frontiera/dogana tra EIRE e Irlanda del Nord. Non predisporne una rischia di creare un corridoio clandestino per il commercio che aggirerebbe l’assenza di convenzioni internazionali. Istituire una vera e propria dogana, invece, danneggerebbe il libero scambio di merci e individui tra gli abitanti dell’isola.

Dopo infinite trattative e altrettanti rinvii, il premier britannico sembrava essere riuscito ad ottenere una sorta di accordo di compromesso con i vertici UE, creando in Irlanda del Nord una specie di zona cuscinetto dove l’area apparterrebbe, dal punto di vista del regime di circolazione delle merci, sia alla Gran Bretagna, sia, negli effetti, all’Unione. Il sospiro di sollievo si è rivelato di brevissima durata.

Giunto a Westminster, l’accordo non ha ottenuto l’approvazione del parlamento, che al netto di due anni di manifesta rovina, è sempre più reticente nell’accettare l’opzione dell’uscita, tanto da ventilare periodicamente l’ipotesi di un nuovo referendum che smentisca la volontà popolare dell’uscita.

Con l’opzione di una hard Brexit che si fa sempre più concreta, Johnson si è rivolto al Consiglio europeo per un’ulteriore proroga dell’uscita, al fine di concedere una nuova possibilità di arrivare all’agognata approvazione dell’accordo.

In base alla decisione adottata dal Consiglio europeo ieri, 28 ottobre, preannunciata su Twitter dal Presidente Tusk e in corso di formalizzazione, è stata prevista una proroga flessibile della durata massima di tre mesi, per cui, in sostanza, se l’approvazione dell’accordo avrà luogo entro il 30 novembre prossimo, la Brexit avrà effetto dal 1° dicembre, se entro il 31 dicembre, dal 1° gennaio, se entro il 31 gennaio o in ogni caso anche senza che l’accordo venga approvato, dal 1° febbraio il Regno Unito cesserà di fare parte dell’Unione europea. Resta da vedere se, approssimandosi ancora una volta quest’ultima scadenza senza che l’accordo sia stato approvato, ci potranno essere ulteriori proroghe.

Per maggiori informazioni:

https://ec.europa.eu/info/departments/taskforce-article-50-negotiations-united-kingdom_it

https://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-uk-after-referendum/

https://www.theguardian.com/politics/2019/oct/17/how-is-boris-johnson-brexit-deal-different-from-theresa-may

https://www.theguardian.com/politics/ng-interactive/2019/oct/18/how-much-johnson-great-new-deal-actually-new

https://twitter.com/search?q=%23Brexit

(Aggiornamenti)

Con le elezioni avutesi in Gran Bretagna il 12 dicembre scorso, lungamente attese da tutta Europa, Boris Johnson è stato eletto come primo ministro, con una maggioranza tale da poter far passare comodamente in parlamento un provvedimento definitivo in tema di Brexit.

Una decisione definitiva all’interno del presto-ex-stato membro sarà presa entro il 31 gennaio, benché ciò non significhi assolutamente la fine dei problemi. Nonostante l’UE nella propria interezza si sia detta sollevata dal risultato elettorale che rende molto più chiare le posizioni della Gran Bretagna nel senso di una pressoché certa approvazione da parte parlamentare dell’accordo di recesso, così come da ultimo modificato nell’ottobre scorso per quanto riguarda il protocollo sulla questione nord-irlandese e la dichiarazione sui rapporti futuri, rimangono comunque una serie di problemi, tra cui quello relativo alla rimessa in vigore dell’insieme degli accordi che rendevano possibile la stragrande maggioranza delle esportazioni del Regno Unito verso l’Unione Europea.

La mira di Johnson parrebbe di ottenere tutti i benefici della condizione di membro, senza alcuno degli oneri ed essi collegati, il tutto procedendo contemporaneamente ad una sostanziale deregolamentazione finanziaria che va di gran lunga contro i principi portanti dell’UE. Fabian Zuleeg, dello European Policy Centre (EPC), think tank con sede a Bruxelles, ci tiene a tenere distinta questa situazione da quella della Svizzera nel ’90: “C’è un errore di valutazione in merito alla leva negoziale in mano all’UK in queste trattative: è in una posizione molto debole […]. L’UE è ben disponibile a negoziare ogni tipo di accordo, finché ciò non vada in conflitto con i principi che la regolano; da questo punto di vista, l’UK si è dimostrata meno che disponibile al compromesso”.

Sembrerebbe che la promessa di Johnson di “Get Brexit done quickly” finisca per essere una formula vuota.

Nel frattempo, è stato anche eletto il nuovo direttore della Banca Centrale d’Inghilterra, Andrew Bailey, favorito di lungo corso, nonostante alcuni recenti scandali finanziari collegati al fallimento di London Capital and Finance. Il procedente direttore, Mark Carney, a cui era stato proposto il rinnovo del mandato, ha preferito invece dedicarsi alle politiche ambientali.

https://www.euronews.com/2019/12/13/election-done-what-s-the-next-stag

https://www.euronews.com/2019/12/20/britain-to-appoint-new-bank-of-england-governor-after-mark-carney